giovedì 24 Settembre 2026

Maavi, il turismo organizzato è l’unica soluzione alle situazioni critiche

Daniela Cecere

Daniela Cecere

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  • 10:26 Scuola, Save the Children: "In istituti professionali il tasso di abbandono è quadruplo rispetto ai licei"

    Roma, 4 set. (Adnkronos) - L’8,2% dei giovani tra i 18 e i 24 anni possiede al massimo la licenza media e non è inserito in percorsi di istruzione o formazione, un dato, quello della dispersione scolastica, che ha registrato un sensibile miglioramento negli anni attestandosi in Italia su un valore di poco inferiore alla media dell’Unione europea (9,1%), con una differenza tra ragazzi (10,1%) e ragazze (6,2%). Tale miglioramento non ha tuttavia colmato le disuguaglianze territoriali: nelle Isole la dispersione è al 13,7% contro il 6,8% del Nord Est. E' quanto emerge dal dossier 'Attraversamenti. La formazione tecnica e professionale: tra percorsi di riforma, equità e orientamento', diffuso oggi da Save the Children, in vista della riapertura delle scuole e alla luce del dibattito ancora in corso sull’avvio della riforma, che ridisegna la formazione tecnico-professionale in Italia, con un rafforzamento del legame tra scuola e mondo del lavoro. Negli istituti professionali il tasso di abbandono raggiunge il 5,3%, circa quattro volte rispetto a quello dei licei (1,3%), e negli istituti tecnici è del 3,7%3. La probabilità di completare il secondo ciclo di istruzione è influenzata da fattori come il livello di istruzione della famiglia (tra chi ha genitori con al massimo la licenza media gli Elet sono il 20,7%, il 3,9% tra chi ha genitori diplomati e l’1,1% laureati) e la cittadinanza (tra i giovani con cittadinanza straniera, gli Elet sono il 26,2%, circa 20 punti percentuali in più rispetto ai giovani con cittadinanza italiana, con le differenze più elevate tra chi è arrivato in Italia dopo aver compiuto 10 anni).

    Il dossier analizza la riforma della filiera tecnico-professionale con l’introduzione del modello 4+2 nel sistema di istruzione italiano - cioè quattro anni di scuola superiore più due anni negli Its Academy (Istituti Tecnologici Superiori) - un modello che da quest’anno scolastico entra nell’offerta ordinaria del secondo ciclo, dopo una fase sperimentale. Attraverso la voce di 15 esperti tra rappresentanti delle amministrazioni centrali e regionali, dirigenti scolastici, enti di formazione professionale e soggetti del mondo produttivo, e quella di 65 studentesse e studenti di istituti tecnici, professionali e Iefp (Istruzione e Formazione Professionale), lo studio realizzato dal Polo Ricerche di Save the Children in collaborazione con Ipazia Ricerche, approfondisce il nuovo modello di istruzione tecnico-professionale in termini di equità e diritto all'istruzione.

    "Il sistema di istruzione secondaria tecnica e professionale in Italia oggi è uno specchio delle disuguaglianze educative: esperienze di assoluta avanguardia coesistono con la povertà strutturale e formativa, realtà diametralmente opposte. La riforma della filiera tecnico-professionale incide nell’area dove si concentrano i più forti divari economici e territoriali del sistema di istruzione e attualmente i percorsi di istruzione professionale e di IeFP intercettano in misura maggiore proprio studenti di contesti socioeconomici fragili, con background migratorio e difficoltà scolastiche pregresse". A dirlo è Raffaela Milano, direttrice ricerca di Save the Children Italia, in occasione della pubblicazione del dossier dell'ong. Il report analizza la riforma della filiera tecnico-professionale con l’introduzione del modello 4+2 nel sistema di istruzione italiano.

    "È fondamentale, dunque, comprendere come potrà garantire opportunità educative di qualità, senza accentuare le debolezze già presenti - aggiunge -. Uno degli obiettivi essenziali della riforma è il superamento dell’attuale frammentazione dei percorsi, per costruire una offerta formativa integrata che stia al passo con l’innovazione del mondo del lavoro, strutturando alleanze sui territori. Vi sono, però, molti nodi critici sui quali è necessario intervenire. A partire dalle necessità di colmare il deficit di informazione che ha caratterizzato questa prima fase di avvio; di investire sull’orientamento; di assicurare percorsi di studio che non comprimano le discipline di base; di garantire la possibilità di modificare la scelta iniziale, vista la giovane età in cui questa si compie; di costruire percorsi laboratoriali di alto livello anche nei territori più fragili a livello imprenditoriale e un incontro con il mondo del lavoro che assicuri sempre qualità, coerenza con il progetto formativo, tutela della sicurezza e della salute", ha concluso Milano.

    Nei primi due anni di sperimentazione della riforma della filiera tecnico-professionale con l’introduzione del modello 4+2 nel sistema di istruzione italiano, il ministero dell’Istruzione e del Merito ha autorizzato 628 percorsi quadriennali di istruzione tecnica e professionale, ma ne sono stati avviati solo 442 in 307 scuole, con una concentrazione maggiore al Sud e nelle Isole. A marzo 2026 il ministero ha autorizzato 532 nuovi percorsi quadriennali per l’offerta 2026/27, con il coinvolgimento di oltre 700 istituzioni scolastiche, circa 400 delle quali entrano nella filiera per la prima volta. L’avvio di questo anno scolastico (2026/27) registra 10.532 iscrizioni online ai percorsi quadriennali, circa 5mila in più rispetto al precedente, ma a scegliere questi percorsi è ancora un numero limitato di studenti, l’1,9% dei neo-iscritti alle scuole superiori. Nei primi due anni di sperimentazione, il ministero dell’Istruzione e del Merito ha ampliato l’offerta, soprattutto di percorsi di istruzione tecnica al Sud e nelle Isole.

    In Italia negli ultimi dieci anni, a fronte di un numero complessivo nelle scuole secondarie statali di secondo grado rimasto pressoché invariato, i licei hanno guadagnato più di 100mila studenti mentre l’area professionale ne ha persi 103mila e gli istituti tecnici sono rimasti stabili. Per l’anno scolastico 2026/27, più della metà degli studenti ha scelto un liceo (55,9%), poco meno di uno su tre un istituto tecnico (30,8%) e il 13,3% uno professionale, con un forte squilibrio di genere: nell’anno scolastico 2024/25 se nei licei le ragazze rappresentavano il 61,5%, negli istituti tecnici scendevano al 31,8% ed erano il 44,2% negli istituti professionali. Nell'anno che si avvia a partire, spiegano dall'ong, restano marcate anche le differenze territoriali: in Lazio, Sicilia, Abruzzo, Campania, Molise e Umbria più del 60% degli studenti sceglie il liceo, mentre in Veneto ed Emilia-Romagna prevalgono gli indirizzi tecnici e professionali, invece in Lombardia la distribuzione è quasi paritaria (49,4% licei, 50,6% indirizzi tecnici e professionali).

    Negli istituti tecnici, il settore tecnologico raccoglie il 19,1% delle domande online di iscrizione al primo anno complessive; il settore economico l’11,8%. Tra gli istituti professionali, l’indirizzo più scelto è Enogastronomia e ospitalità alberghiera (4,2% delle domande di iscrizione al primo anno complessive), seguito da Servizi per la sanità e l’assistenza sociale (2,3%), Manutenzione e assistenza tecnica (1,9%), Servizi commerciali (1,4%) e Industria e artigianato per il Made in Italy (1,1%). Per quanto riguarda, invece, i percorsi di istruzione e formazione professionale (Iefp), la maggior parte degli iscritti al primo anno frequenta istituzioni formative accreditate (80,7%) rispetto ai percorsi erogati dagli istituti scolastici in regime di nuova sussidiarietà (19,3%), con significative differenze territoriali: il Nord raccoglie il 67,4% del totale degli iscritti dal primo al quarto anno – con la Lombardia che da sola ne conta quasi un terzo del totale nazionale – il Centro l’11,2% e il Mezzogiorno il 21,4%. Il 69% degli studenti dell’Iefp si trova in Lombardia, Veneto, Piemonte, Emilia-Romagna e Sicilia. Gli studenti iscritti al primo anno con cittadinanza straniera sono il 20,6% . Tra il 2017/18 e il 2023/24 i percorsi Iefp hanno perso il 37,7% degli studenti iscritti al primo anno e solo il 10% frequenta il quarto anno necessario al conseguimento del diploma.

    "La riforma tecnico-professionale ha l’ambizione di fornire a ragazze e ragazzi competenze di alto livello e di rafforzare il dialogo tra scuola e mondo del lavoro - sottolinea Giorgia D’Errico, direttrice delle Relazioni istituzionali di Save the Children -. Per farlo è necessaria una domanda di lavoro in grado di valorizzare tali competenze attraverso occupazioni qualificate, retribuzioni adeguate e prospettive di crescita, da garantire anche con un investimento in innovazione, politiche industriali e qualità del lavoro. Senza questi elementi si rischia di attribuire alla scuola la responsabilità di squilibri che dipendono anche dalle strategie industriali e dalle caratteristiche strutturali dell’economia italiana. Al tempo stesso, è necessario assicurare un adeguato equilibrio tra competenze di base e civiche e competenze tecniche, con particolare attenzione ai settori maggiormente interessati dalle trasformazioni tecnologiche, digitali e ambientali".

    Per D'Errico è "fondamentale che Governo e Regioni investano in modo strutturale nell’orientamento, nella qualità della didattica, nel rafforzamento di reti territoriali inclusive e in un sistema stabile di governance. Un elemento essenziale resta l’orientamento scolastico. La scelta del percorso avviene precocemente e la possibilità di modificarlo non è uguale per tutti. Occorre, quindi, prevenire rischi di esclusione che potrebbero penalizzare gli studenti più svantaggiati per condizione sociale, background migratorio, genere o storia scolastica. Per farlo, serve un orientamento equo, capace di sostenere concretamente famiglie e studenti, affinché ogni adolescente possa costruire il proprio futuro e scegliere la propria strada senza che le condizioni di partenza ne determinino il percorso", conclude.

    "A 14 anni, quando scegliamo la scuola superiore è difficile capire subito cosa vogliamo fare in futuro, quindi la scelta avviene anche in maniera abbastanza superficiale. Mi sembra che questa riforma vincoli abbastanza gli studenti e li concentri più su un settore specifico, eliminando poi anche [le possibilità] di lavoro al di fuori della scuola scelta". E' il punto di vista di uno studente del quarto anno di un istituto tecnico raccolto nel dossier 'Attraversamenti. La formazione tecnica e professionale: tra percorsi di riforma, equità e orientamento', diffuso oggi da Save the Children in vista della riapertura delle scuole. Il report analizza la riforma della filiera tecnico-professionale con l’introduzione del modello 4+2 nel sistema di istruzione italiano che da quest’anno scolastico entra nell’offerta ordinaria del secondo ciclo, dopo una fase sperimentale. Lo fa dando voce a 15 esperti tra rappresentanti delle amministrazioni centrali e regionali, dirigenti scolastici, enti di formazione professionale e soggetti del mondo produttivo e 65 studenti di istituti tecnici, professionali e Iefp (Istruzione e formazione professionale).

    "Studenti e famiglie si trovano spesso disorientati, con difficoltà a comprendere le proposte offerte dalla riforma - spiegano dall'organizzazione non governativa -: dalla formula del 4+2 alle differenze tra i titoli di studio, ma anche il collegamento tra percorsi quadriennali e Its Academy, il passaggio tra diversi canali e i possibili sbocchi futuri non risultano sempre chiari, secondo quanto emerge dalle interviste. Oltre alle scarse risorse informative, nella fase di orientamento c’è il rischio che le scelte tendano a riprodurre stereotipi e pregiudizi a scapito di studentesse e studenti con fragilità sociali ed economiche. C'è poi, secondo quanto emerge dalle interviste, un altro rischio, quello che la riforma rafforzi i meccanismi di ‘selezione implicita’, ovvero che ostacoli diversi - dai vincoli informativi, a quelli socioeconomici, didattici, organizzativi e territoriali - si concentrino sugli stessi studenti, restringendo le opportunità di chi parte da situazioni meno favorevoli per condizione socioeconomica, background migratorio, genere o storia scolastica. "Il rischio - sottolineano da Save the Children - è che con la riforma si amplino le disuguaglianze territoriali e sociali, soprattutto nei contesti di povertà educativa o dove le risorse informative, culturali e socioeconomiche sono limitate".

    "Magari capita a un ragazzo di trovare una scuola che gli piace, con un indirizzo che gli piace, però effettivamente la scuola è troppo lontana e quindi difficile da raggiungere e diventa anche questo un ostacolo molto grande per alcune famiglie che fanno più fatica dal punto di vista economico - racconta uno studente del quarto anno di un istituto professionale -. Altre scuole, invece, necessitano di comprare dell'attrezzatura oppure dei particolari servizi per accedere diventano più difficoltose anche qui per le famiglie che hanno una condizione economica più svantaggiata". Per questo, secondo gli esperti intervistati da Save the Children, è "fondamentale sostenere la reversibilità, cioè la possibilità effettiva per gli studenti di modificare la scelta del percorso nel secondo ciclo: per renderla effettivamente praticabile servono, però, informazioni chiare, procedure condivise per il riconoscimento dei crediti, attività di recupero e forme di accompagnamento". Alcuni esperti evidenziano, inoltre, che molti studenti arrivano alla Iefp o a percorsi professionalizzanti dopo "traiettorie scolastiche non lineari" con il rischio, in una filiera rigida, di non intercettare i bisogni degli adolescenti.

    Nei percorsi statali, il passaggio da cinque a quattro anni e la riorganizzazione della didattica rischiano di ridurre lo spazio dedicato alle materie umanistiche e all’acquisizione di competenze di base e civiche necessarie per comprendere problemi complessi. "La scuola dovrebbe assolutamente aiutarci a prepararci a entrare nel mondo del lavoro, ma non solo nella prospettiva di saper fare quel mestiere - dice D. che frequenta il quarto anno di un Istituto tecnico -. Per questo penso che il modello 4+2 ha le sue incertezze. Prima di entrare nel mondo del lavoro devi sapere come funziona il mondo in generale. Secondo me le superiori ti aiutano anche a darti queste nozioni che non sono solo sul saper fare quel mestiere, ma anche sul saper gestire l'ambiente in cui sei". "Una delle principali sfide della riforma - sottolineano da Save the Children - riguarda proprio l’attuazione della filiera 4+2 nei territori: se i percorsi statali sono diffusi in modo piuttosto uniforme in tutto il Paese, la Iefp presenta una distribuzione diseguale, con il Nord che raccoglie il 65,8% degli iscritti al primo anno. La filiera non si costruisce dunque in modo uniforme: i sistemi più solidi sono quelli in cui le regioni hanno investito in modo continuativo nel tempo, come Lombardia, Veneto e Piemonte, e dove esiste già un sistema Iefp consolidato e relazioni di fiducia e collaborazione tra scuole, enti di formazione, Its Academy e imprese. Nei territori dove uno o più segmenti della filiera sono deboli, la loro integrazione rischia di rimanere fragile, rafforzando i divari".

    A livello nazionale è significativo il disallineamento tra domanda e offerta di lavoro. Nel 2025, circa nel 47% dei casi le aziende dichiaravano difficoltà nel reperire diplomati tecnici e professionali, mentre per i diplomati ITS Academy la quota sale al 57,3%. “Ogni anno decine di migliaia di giovani lasciano l’Italia, alla ricerca di un lavoro che sappia valorizzare le loro competenze e offrire stabilità economica, prospettive che non vedono nel nostro Paese - dice Raffaela Milano, direttrice Ricerca di Save the Children Italia -. Dobbiamo ricucire i fili questa fiducia spezzata. La scuola e gli attori della formazione professionale non possono essere lasciati soli di fronte a un compito che riguarda tutti: il mondo delle imprese e delle professioni, le università, i sindacati, il terzo settore, le istituzioni a ogni livello: solo attraverso alleanze educative e formative che mettano al centro il protagonismo giovanile, con investimenti concreti e obiettivi condivisi, si può dare libero corso alle aspirazioni dei ragazzi e delle ragazze", conclude.

  • 10:01 A 24 anni dal bypass scopre un filo migrato nel cuore, il caso di un 81enne

    Roma, 4 set. (Adnkronos Salute) - Un 81enne durante i controlli di routine perché cardiopatico, e con un bypass aorto-coronarico inserito 24 anni fa, scopre che dopo quell'operazione gli è stato lasciato un filo guida per pacemaker temporaneo (Tepw) che poi con il tempo è migrato nella parte sinistra del cuore. Questo filo è un sottile filamento metallico utilizzato per inserire e guidare correttamente l'elettrocatetere di stimolazione transvenosa all'interno delle cavità cardiache. La scoperta ha colto di sorpresa il paziente e i medici che però hanno deciso di lasciare tutto com'era. "Il filo non aveva causato alcun danno per oltre due decenni. Inoltre, il rischio associato alla rimozione chirurgica a cielo aperto superava nettamente qualsiasi plausibile beneficio". Il caso clinico è raccontato in un articolo pubblicato su 'Jacc' (The Journal of the American College of Cardiology).

    I fili per la stimolazione epicardica temporanea "vengono abitualmente posizionati dopo la cardiochirurgia e rimossi al letto del paziente alcuni giorni dopo l'intervento - si legge -. Quando la rimozione del filo non riesce, la prassi standard prevede di tagliarlo a raso con la pelle. Alcuni chirurghi preferiscono recidere il filo di proposito anziché rimuoverlo. Nella maggior parte dei pazienti, i frammenti di filo rimasti in sede non comportano conseguenze. Raramente, il frammento di Tepw residuo migra dalla superficie epicardica e le conseguenze possono essere catastrofiche". Il caso riportato nell'articolo non è né tipico né catastrofico. "È raro che un filo residuo attraversi il setto interatriale e la valvola mitralica per poi alloggiarsi nel ventricolo sinistro nell'arco di 24 anni, rimanendo del tutto asintomatico", chiosa il documento.

    Gli autori rilevano "che il principio del 'less is more', ovvero meno è meglio, non è stato adottato in cardiologia nella stessa misura di altre specialità. Il caso in esame – con il suo decorso silenzioso di 24 anni, dall'intervento di bypass aorto-coronarico alla scoperta accidentale di un frammento di filo metallico nel ventricolo sinistro, fino a un follow-up di un anno privo di complicanze – rappresenta un piccolo contributo a tale base di evidenze. Sebbene le indicazioni all'intervento elencate dagli autori siano reali e debbano essere rispettate, ciò - riporta il documento - non dimostra che un approccio conservativo sia sempre la scelta appropriata. Il caso dimostra che la sola presenza di un corpo estraneo metallico nelle sezioni sinistre del cuore, in un paziente asintomatico, non costituisce di per sé un'indicazione all'intervento chirurgico. A volte, la decisione clinica più ponderata è quella di astenersi dall'agire".

  • 09:24 Deas, hacker italiani a difesa del patrimonio artistico

    Roma, 3 set. (Adnkronos) - Un museo oggi è anche una rete. Dietro le sale, le opere e gli spazi aperti al pubblico esiste un'infrastruttura fatta di sistemi di videosorveglianza Ip, controllo degli accessi, archivi digitali, sensori ambientali, dispositivi connessi e piattaforme per la gestione delle collezioni. La trasformazione digitale ha cambiato profondamente il modo in cui il patrimonio culturale viene conservato, studiato e reso accessibile. Ha anche introdotto nuove superfici di rischio, proprio mentre sta cambiando la criminalità che prende di mira musei, collezioni e opere d'arte. È su questo terreno che Deas vuole portare una visione maturata negli anni nel mondo della cybersecurity italiana: valorizzare la cultura hacker e mettere le sue migliori competenze al servizio degli asset strategici del Paese. Una cultura hacker lontana dagli stereotipi. Per Stefania Ranzato significa prima di tutto talento, creatività, capacità di leggere un sistema fuori dagli schemi, trovare ciò che gli altri non vedono e immaginare soluzioni impreviste. Una componente umana, e per certi versi artistica, che Deas ha scelto di coltivare come parte della propria identità. Oggi quella stessa cultura può diventare uno strumento per proteggere uno dei patrimoni più preziosi dell'Italia.

    I nuovi ladri dei musei. Anche il furto d'arte sta cambiando.

    Un recente rapporto Europol sui furti di beni culturali, ripreso da Artuu, descrive un panorama criminale molto diverso dall'immaginario classico del ladro d'arte specializzato. Accanto alle organizzazioni strutturate compaiono gruppi temporanei reclutati attraverso social network e servizi di messaggistica, assemblati intorno a una singola operazione. Competenze, uomini e mezzi possono essere reperiti e aggregati per l'occasione secondo una logica che Europol riconduce al cosiddetto crime as a service. Gruppi meno stabili, responsabilità più difficili da ricostruire e modalità operative che possono essere estremamente violente. Gli episodi europei degli ultimi anni raccontano bene il fenomeno: teche distrutte con martelli e asce, esplosivi utilizzati per accedere alle collezioni, opere e oggetti preziosi sottratti anche per essere smontati o fusi. In alcuni casi il valore culturale dell'oggetto diventa secondario rispetto alla possibilità di trasformarne rapidamente i materiali in denaro. Anche l'Italia è interessata dal fenomeno. Musei pubblici, fondazioni e collezioni private costituiscono un patrimonio enorme e diffuso, spesso custodito all'interno di edifici storici nei quali le esigenze di sicurezza devono convivere con quelle di conservazione, accessibilità e fruizione. A questa evoluzione della minaccia si aggiunge la crescente componente tecnologica delle strutture da proteggere.

    Il museo come infrastruttura connessa

    La sicurezza di un museo non si esaurisce più nella protezione delle sale. Una telecamera è un dispositivo connesso. Un sistema di controllo degli accessi dialoga con una rete. Gli archivi delle collezioni sono digitali. Sensori e sistemi antintrusione raccolgono e trasmettono informazioni. Il personale utilizza account, credenziali, dispositivi e piattaforme. Una vulnerabilità informatica può quindi produrre conseguenze che vanno oltre la sottrazione di dati. Può riguardare la continuità operativa, la disponibilità dei sistemi, la sicurezza delle informazioni e, in determinate circostanze, l'interazione tra infrastruttura digitale e dispositivi fisici. Per Deas, proteggere il patrimonio culturale significa cominciare a considerare questa dimensione come parte integrante della sua sicurezza. "Arte e cultura sono asset strategici del Paese e dobbiamo iniziare a proteggerli anche come tali - spiega Stefania Ranzato - In Deas stiamo lavorando molto sulla valorizzazione culturale della figura dell'hacker, anche nella sua componente più creativa e dirompente. Parliamo di giovani talenti capaci di guardare un sistema da prospettive diverse, individuare una vulnerabilità e trovare soluzioni che difficilmente possono essere standardizzate. È una capacità preziosa per la cybersecurity italiana e può esserlo anche per la tutela del nostro patrimonio culturale".

    La cultura hacker al servizio del Paese

    Deas è stata tra le realtà italiane che hanno scelto di investire sulla componente offensiva della cybersecurity e sulla valorizzazione dei talenti hacker, riconoscendo nel loro modo di pensare una risorsa che va oltre la singola competenza tecnica. Pensare come un attaccante significa osservare un sistema cercando percorsi inattesi, punti deboli, configurazioni trascurate e combinazioni che una verifica ordinaria potrebbe non intercettare. Penetration test, vulnerability assessment, red teaming e simulazioni controllate permettono di sottoporre le infrastrutture a verifiche realistiche. Cyber threat intelligence e analisi delle informazioni disponibili consentono invece di osservare l'evoluzione delle minacce e comprenderne in anticipo tecniche e comportamenti. Applicate al patrimonio culturale, queste capacità possono contribuire alla costruzione di modelli di protezione nei quali sicurezza fisica e digitale siano pensate insieme. Resta centrale il fattore umano. Direttori, personale amministrativo, addetti alla sicurezza e tecnici fanno parte dello stesso sistema. Una credenziale compromessa, un accesso configurato male o una comunicazione fraudolenta possono vanificare investimenti tecnologici importanti. Tecnologia, competenze offensive e formazione devono quindi essere integrate all'interno di una cultura condivisa della protezione. "Stiamo lavorando perché questa visione possa tradursi anche in iniziative concrete - prosegue Ranzato - Vogliamo promuovere una cultura della cyber offensive al servizio del patrimonio culturale e lavorare alla sottoscrizione di protocolli d'intesa con i musei. L'Italia custodisce un patrimonio unico al mondo e oggi una parte della sua protezione passa inevitabilmente anche dal dominio cyber".

    Una difesa che unisce competenze diverse

    L'Italia dispone già di competenze istituzionali di assoluto rilievo nella tutela dei beni culturali. Il Comando Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale rappresenta da decenni un punto di riferimento nella prevenzione e nel contrasto dei reati contro l'arte e dispone oggi anche di competenze dedicate alla Cyber Investigation. L'evoluzione delle minacce rende sempre più importante la capacità di far dialogare, nel rispetto dei diversi ruoli, esperienza istituzionale, ricerca, cultura e industria della cybersecurity. Per Deas questo dialogo può essere ulteriormente sviluppato portando nel sistema della tutela culturale competenze maturate nella difesa degli altri asset strategici del Paese.

    Due patrimoni italiani

    L'Italia custodisce musei, aree archeologiche, biblioteche, archivi, chiese, palazzi storici e collezioni che costituiscono una parte irripetibile della sua identità e della sua rilevanza nel mondo. Allo stesso tempo, negli ultimi anni è cresciuta una generazione di professionisti della cybersecurity con competenze offensive di altissimo livello. Giovani capaci di muoversi dentro sistemi complessi, comprenderne le logiche e metterle alla prova. Deas ha scelto di investire su questo capitale umano e sulla sua cultura. "Quando parliamo di hacker, mi interessa soprattutto la capacità di pensare in maniera diversa - conclude Stefania Ranzato - È una forma di talento che abbiamo il dovere di riconoscere, coltivare e mettere al servizio del Paese. Oggi vogliamo portare questa capacità anche nel mondo dell'arte e della cultura. Difendere il patrimonio italiano significa proteggere qualcosa che appartiene alla nostra storia, alla nostra identità e al nostro futuro". Mettere i migliori talenti cyber a difesa dell'arte significa far incontrare due patrimoni italiani: quello che abbiamo ricevuto dalla nostra storia e quello che stiamo costruendo attraverso le competenze delle nuove generazioni. Per Deas, questo incontro può diventare uno dei nuovi fronti della cybersecurity nazionale.

  • 08:26 Cinema, Borgonzoni: "Mercato italiano sano, erogati 750 milioni da inizio dell'anno"

    Venezia, 3 set. (Adnkronos) - “I dati legati alle domande di liquidità pervenute per produzioni girate in Italia, sia internazionali che nazionali, mostrano un mercato estremamente sano. Continuano a crescere sia le domande per le produzioni legate alle serie che al cinema. Abbiamo erogato 750 milioni dall'inizio di quest’anno, abbiamo trovato 70 milioni di finanziamenti aggiuntivi e abbiamo incrementato di 100 milioni le risorse già stanziate, pari a 500 milioni, per il prossimo anno”. Sono le dichiarazioni di Lucia Borgonzoni, Sottosegretaria di Stato alla Cultura, intervenuta nel corso del panel “Finanziare il futuro del Cinema e dell’Audiovisivo italiano: strumenti finanziari nazionali e prospettive europee per la crescita del settore”, promosso dall’Istituto per il Credito Sportivo e Culturale (Icsc), dal Dipartimento per le Attività Culturali e dalla Direzione generale Cinema e audiovisivo del Ministero della Cultura svoltosi a Venezia, all’Italian Pavilion, in occasione della 83esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica.

    “Le sfide, però, sono tantissime. Una è legata alla questione del credito e delle banche. Dobbiamo trovare nuovi strumenti finanziari per aiutare l'erogazione dei finanziamenti attraverso le banche, anche per avere tassi maggiormente agevolati - prosegue - Le imprese, soprattutto le più piccole, hanno bisogno di un sostegno bancario che aiuti la liquidità e non trasformi il finanziamento che arriva in qualcosa di irrisorio rispetto alle cifre importanti che il Governo continua a stanziare”. Alle sfide di tipo economico si sommano quelle imposte dalle nuove tecnologie, come il tema “dell'intelligenza artificiale” e quelle legate “al diritto d'autore - spiega Borgonzoni - Un altro dei fulcri su cui ci concentriamo è quello della formazione e dell'educazione all'immagine dei giovani, per la quale ogni anno stanziamo più di 20 milioni. Quest’anno qui, per la prima volta, c'è un luogo fisico, Casa Giovani appunto, dove tenere gli incontri con i registi prima di consegnare il famoso Leoncino, un premio correlato alla Mostra del Cinema che ormai esiste da decenni e, nel tempo, è diventato importantissimo”.

  • 08:23 Cinema, Brugnoni (MiC): "Politiche di sostegno pubblico al settore in trasformazione"

    Venezia, 3 set. (Adnkronos) - “Le politiche di sostegno pubblico al settore audiovisivo sono in una fase di transizione molto importante. Abbiamo avuto una riforma, a inizio anno, che non solo ha rivisto l'importo delle risorse stanziate ma ha rivoluzionato gli strumenti, con il tax credit che da strumento illimitato è passato ad essere uno strumento con un limite di risorse. Questo ci ha portato a rivedere fortemente le regole e a efficientare la macchina amministrativa, con i risultati che presentiamo qui oggi”. Così Giorgio Carlo Brugnoni, Direttore Generale Cinema e Audiovisivo del Ministero della Cultura, intervenendo nel corso del panel “Finanziare il futuro del Cinema e dell’Audiovisivo italiano: strumenti finanziari nazionali e prospettive europee per la crescita del settore”, promosso dall’Istituto per il Credito Sportivo e Culturale (Icsc), dal Dipartimento per le Attività Culturali e dalla Direzione generale Cinema e audiovisivo del Ministero della Cultura svoltosi a Venezia, presso l’Italian Pavilion, in occasione della 83. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica.

    “Allo stesso tempo, per cogliere le sfide del settore a livello europeo e internazionale, oltre che nazionale, è importante la complementarietà di risorse, pubbliche e private, indirizzate a sostenere un settore culturale di eccellenza e fondamentale per il nostro Paese,- aggiunge - che ha un impatto importante a livello occupazionale e sul prodotto interno lordo. Tutto questo in associazione, naturalmente, con le risorse europee e internazionali". “Quello di oggi è stato un momento di confronto fondamentale con il settore finanziario, un confronto che andrà avanti nel corso dell'anno al fine di mettere insieme degli strumenti che siano davvero in grado di accompagnare le imprese nella loro crescita e nel posizionamento sul mercato”.

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